Introduzione e contesto dell’intervista

Sarah Bradbury di The Upcoming incontra Oliver Laxe a Cannes per parlare del suo nuovo film Sirât, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025. L’intervista mette a fuoco le intenzioni registiche, le scelte narrative e formali del film, e il modo in cui questi elementi lavorano insieme per portarci da una ricerca apparentemente semplice — la scomparsa di una figlia — a una riflessione più ampia sullo spirituale e sull’esistenza.

Un cinema che invita alla credenza e alla meraviglia

Laxe si definisce in parte un «credente»: crede che oltre il mondo materiale esistano regole e piani sottili che vibrano. Per lui il cinema ha la capacità di farci sentire che viviamo in un mondo incantato, e il suo obiettivo è provocare lo spettatore a guardarsi dentro attraverso l’avventura filmica.

Nel suo approccio, la narrazione fisica — il percorso esteriore dei personaggi — è insieme un cammino metafisico. Laze sottolinea come il film voglia essere un invito a un’esperienza cinematografica che somigli a una piccola cerimonia, capace di stimolare riflessioni interiori e di trasformare lo spettatore.

Il deserto come personaggio

Il paesaggio desertico non è un mero sfondo: Laxe lo considera centrale per il racconto. Nel deserto l’essere umano si trova nudo, costretto a guardare il cielo e a confrontarsi con la propria fragilità. Il cielo, pur esprimendo tragedia e dolore, è anche descritto come rifugio e misericordia.

Questa condizione di esposizione rende il deserto il luogo ideale per esplorare temi come il lutto, la perdita e la mortalità, dando al film una dimensione quasi liturgica in cui la natura stessa contribuisce alla profondità emotiva della storia.

Il ruolo della musica techno nel tessuto emotivo

La scelta della musica techno è volontaria e centrale: per Laxe la musica non è solo accompagnamento, ma strumento per provocare nell’audience uno stato di estasi. La colonna sonora elettronica permette di esprimere un’energia che varia dal ritmo fisico e percussivo a sonorità più eteree, quasi esoteriche.

Il regista spiega che l’evoluzione sonora nel film va dal «kick» del beat e da un hard techno più melodico verso un suono che cerca di evocare il primo suono dell’universo. L’elettronica, secondo Laxe, è efficace per rendere la stranezza dell’essere umano nell’universo e per creare un percorso emotivo che accompagna lo spettatore oltre la mera trama avventurosa.

La fine del mondo come intuizione e rito di passaggio

Un tema ricorrente nel film è l’idea che la fine del mondo non sia solo un evento futuro lontano, ma qualcosa che è già cominciato. Laxe ritiene che la modernità, nei suoi aspetti ecologici ed economici, ci stia portando verso una sorta di «reset» della civiltà.

Tuttavia, questa prospettiva non è soltanto catastrofica: per il regista il momento di crisi può essere anche un’opportunità di trasformazione. Il film si propone come una cerimonia cinematografica — un rito di passaggio che invita il pubblico a confrontarsi con la morte, in una società che definisce troppo thanatofobica (paura della morte). Affrontare la morte, secondo Laxe, può permettere di parlare della vita con maggiore intensità e chiarezza.

«La morte è una porta per parlare con la vita con più intensità e più chiarezza.»

Ritorno a Cannes: primo concorso dopo anni

Pur non essendo la sua prima presenza a Cannes, Sirât segna per Laxe il suo debutto nel concorso principale. Ricorda che sono passati quindici anni dal suo primo film e che in passato aveva partecipato alle sezioni parallele; essere ora in competizione rappresenta un privilegio e una tappa significativa della sua carriera.

Laxe esprime gratitudine per la possibilità di presentare un film radicale e senza compromessi, e apprezza il ruolo del Festival nel difendere opere che prendono rischi formali e tematici.

Conclusione dell’intervista

Durante l’incontro con Sarah Bradbury, Laxe ribadisce la soddisfazione nel poter portare Sirât a Cannes e per la libertà artistica con cui è stato realizzato. Il film emerge come un’opera che fonde avventura, misticismo, paesaggio e musica per offrire allo spettatore un’esperienza cinematografica intensa e trasformativa.