Indice dei contenuti
I sei film che hanno formato Steven Spielberg
Steven Spielberg non è solo il regista dietro dinosauri, alieni e grandi epiche di guerra: quando parla dei film che lo hanno formato, torna ad essere un ragazzo che scopre il cinema. I sei film che indica come i suoi preferiti non sono scelte di tendenza, ma veri e propri modelli, pellicole che riecheggiano nel suo lavoro — a volte in modo sottile, altre in modo inconfondibile.
Questa selezione racconta più della sua carriera che qualsiasi intervista: mostra le immagini, i toni e le idee che hanno plasmato il suo modo di raccontare storie. Di seguito, ciascun film è ricostruito secondo le impressioni e i ricordi che Spielberg ha condiviso.
6) Lawrence of Arabia (1962): l’ossessione del deserto
Lawrence of Arabia non è stato solo un’ispirazione per Spielberg: è stata un’ossessione. Lo vide per la prima volta a 16 anni e ammise che non uscì più lo stesso dalla sala: «È stata la prima volta che ho capito cosa potesse essere un film». Le inquadrature desertiche infinite, i dissolvenze nette e la grandiosità visiva di David Lean hanno creato una tela a cui Spielberg è tornato per tutta la vita.
Il film cambiò il suo modo di inquadrare, il ritmo delle storie e il modo di pensare il silenzio. Quando ha diretto film come Saving Private Ryan, Munich e War Horse, è possibile avvertire Lean in molte inquadrature ampie, nell’uso del silenzio all’apertura e nella fotografia in profondità. Spielberg ha persino partecipato alla supervisione del restauro del film da parte di Columbia Pictures alla fine degli anni Ottanta, segno di quanto il film gli fosse caro.
5) 2001: A Space Odyssey (1968): il capolavoro cosmico che non si spiega
Spielberg non ha mai finto di comprendere appieno 2001: A Space Odyssey, e proprio per questo lo venerava. Stanley Kubrick non spiegava; provocava. Il film lo «scioccò» e continua a farlo: le lunghe pause, il balletto delle macchine, l’idea che lo spazio non sia eccitante ma terribilmente vuoto.
Spielberg confessò di rivederlo più volte per «sentirsi piccolo», non semplicemente per la meraviglia cosmica ma per capire cosa il cinema poteva fare quando restava fedele a sé stesso senza spiegare tutto. Nonostante le differenze di stile — Kubrick freddo, Spielberg caldo — Kubrick e Spielberg hanno avuto un rapporto di stima: Kubrick chiese a Spielberg un parere sull’intelligenza artificiale prima di morire e gli affidò il progetto, che Spielberg accettò. L’influsso di 2001 è percepibile in Close Encounters, Minority Report e AI, non come copia, ma come un’orbita a cui guardare per apprendere.
4) A Guy Named Joe (1943): la prima grande emozione
Prima di alieni e d’epiche militari, Spielberg fu segnato da A Guy Named Joe. Lo vide in televisione da bambino e disse che lo colpì come un fulmine: piangeva davanti allo schermo. La storia di un pilota che muore e ritorna in forma di spirito per guidare un altro uomo era romantica, strana e portava in sé il mix di lutto, speranza, sacrificio e redenzione che avrebbe perseguito per tutta la carriera.
Decenni dopo Spielberg ne realizzò un omaggio personale: il remake Always del 1989. Per lui quel film non era un progetto per la critica ma una lettera d’amore al film che lo aveva formato: «Non volevo superarlo. Volevo solo riviverlo», disse in proposito. Alcuni critici non furono indulgenti, ma Spielberg non cercava l’approvazione: stava restituendo ciò che quel film gli aveva dato da ragazzo.
3) Fantasia (1940): dove la musica diventa immagine
Prima ancora di comprendere trama o dialoghi, Spielberg imparò il potere del suono. Fantasia non lo intrattenne soltanto: lo possedette. Disney realizzò un’esperienza in cui la musica classica si fondeva con l’animazione disegnata a mano, generando emozioni pure senza regole narrative tradizionali.
Per Spielberg fu la prima volta in cui capì che il ritmo poteva modellare la storia e che le immagini potevano danzare senza parole. Questa lezione ritorna spesso nel suo cinema: nella comunicazione a cinque note di Close Encounters, nell’orchestrazione dei momenti di stupore di E.T. e persino nel volo della bicicletta. Fantasia gli insegnò che talvolta la storia è ciò che la musica fa sentire.
2) The Godfather (1972): la lezione delle ombre e del silenzio
Quando vide The Godfather Spielberg ammise di pensare: «Non sarò mai così bravo». Riconosceva in Francis Ford Coppola un uso delle ombre e dei silenzi senza pari. La pellicola lo costrinse a rallentare, a smettere di esibire virtuosismi e a raccontare la verità scena dopo scena.
Secondo Spielberg, l’influsso del film si avverte nel tono di Schindler’s List, nella sensazione di minaccia e nella corrosione morale che mostra il potere che si disfa. Anche film come Munich riflettono quell’attenzione metodica e fredda al dettaglio che The Godfather incarnava: una lezione sul controllo narrativo e sulla forza del non detto.
1) It’s a Wonderful Life (1946): il film che gli fece credere nelle storie
Al primo posto, per Spielberg, c’è It’s a Wonderful Life. Non è un kolossal né un miracolo tecnico: è la storia di un uomo, di una città e di un attimo che parlano di vita. Spielberg disse che quel film gli fece credere nelle storie — non nel cinema hollywoodiano, ma nella potenza stessa del racconto.
Quando guardò George Bailey che crolla, non stava analizzando; teneva il fiato sospeso. Ammise di aver pianto più che davanti a qualsiasi altro schermo. Il cinema di Frank Capra, con la sua capacità di trovare grandezza nell’ordinario, ha insegnato a Spielberg che la speranza non è ingenuità ma coraggio. Questa filosofia — che le piccole vite contano e che i sacrifici silenziosi hanno eco — attraversa molte sue opere, da E.T. a Catch Me If You Can, fino a The Fablemans.
Un filo comune: non lo spettacolo, ma il sentimento
Queste sei pellicole raccontano il dietro la lente di Spielberg. Non sono le scelte più ovvie, ma quelle che sono rimaste. Tema, tono e modo di far sentire lo spettatore: è questo che Spielberg ha insegnato di aver cercato, più che il mero spettacolo. Il punto non è imitare grandiosità, ma inseguire una sensazione — meraviglia, angoscia, redenzione — che resta anche dopo i titoli di coda.
Al centro di tutto c’è il sentimento: Spielberg non ha mai inseguito soltanto l’effetto visivo, ma la potenza silenziosa che un film può avere sullo spettatore. Queste sei opere hanno formato il suo sguardo e, nella loro diversità, spiegano perché il suo cinema continua a colpire.

