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Dublino, Londra e le radici formative
Murphy racconta di aver vissuto a Londra per molti anni, ma oggi vive a Dublino. Tornare a Londra è per lui sempre piacevole: la città è stata una formazione fondamentale sia sul piano personale che professionale. È qui che, da giovane, ha fatto teatro e che ha consolidato le basi del suo mestiere.
Tra i ricordi più importanti c’è la pièce Disco Pigs, portata al Bush Theatre quando aveva circa vent’anni. Quell’esperienza, e il tipo di scrittura che incontrò allora, hanno segnato il metro con cui ancora oggi valuta i progetti.
Il teatro rispetto al cinema: l’energia dell’immediatezza
Per Murphy il teatro ha un valore unico: la presenza dal vivo. Parlare del teatro significa sottolineare l’energia che si crea in una sala quando le parole e le emozioni «colpiscono l’aria». È un’esperienza precaria, che può crollare in qualsiasi momento, e per questo dipende dalla volontà del pubblico e dall’impegno degli interpreti.
È sul palcoscenico che ha imparato davvero a recitare. Non esclude un ritorno al teatro, anche se riconosce che la pratica teatrale richiede moltissimo a livello psicologico e fisico.
La selezione dei ruoli: seguire la buona scrittura
Quando gli viene chiesto cosa lo spinge a scegliere un personaggio, la risposta di Murphy è netta: la scrittura. Per lui il criterio principale è seguire buona scrittura, anche se questo può significare non lavorare per lunghi periodi, perché la scrittura di qualità è rara e preziosa.
Ricorda come fin da giovane fosse un lettore appassionato e come Enda Walsh, che gli diede il primo lavoro con Disco Pigs, abbia fissato uno standard alto per lo storytelling a cui ancora si riferisce.
L’Oscar: esperienza personale e conseguenze professionali
Murphy definisce la vittoria dell’Oscar come magica, travolgente e bellissima, ma afferma che la vita professionale poi riprende normalmente. Non ha avvertito mutamenti fondamentali nella percezione del suo lavoro, e non ha una risposta semplice su se la vittoria tolga o aggiunga pressione.
Dopo Oppenheimer ha lavorato a film che ritiene importanti per lui, come Small Things Like These e Steve. Se l’Oscar ha aiutato a far emergere storie che gli stavano a cuore, allora lo accoglie con piacere. Conclude notando anche l’età in cui è arrivato il riconoscimento: aveva circa 48 anni, quindi era già abbastanza definito nella sua carriera.
Il richiamo per Tommy Shelby e l’incontro con Peaky Blinders
L’attrazione iniziale verso Tommy Shelby e Peaky Blinders nasce, di nuovo, dalla scrittura. Murphy ricorda di aver visto i primi due episodi e di aver capito subito che si trattava di qualcosa di eccellente: originale, sicuro nella sua visione, e con un modo nuovo di rappresentare la classe operaia britannica tra le due guerre.
Non cercava a priori un tipo specifico di personaggio, ma quando qualcosa di nuovo e sfidante si presenta — come un ruolo fisicamente diverso da quelli che aveva interpretato — lo cattura. Tommy Shelby era esattamente questo: un personaggio fisicamente e psicologicamente inedito per lui, e anche l’opportunità di lavorare nel formato della lunga serialità televisiva.
Che cos’è per lui la grande scrittura
Per Murphy la grande scrittura è quella che muove ed eccita e che non è possibile prevedere. Se una storia è prevedibile o ripetitiva, il pubblico moderno se ne accorge e si disinteressa. Peaky Blinders, secondo lui, è sempre rimasto fresco grazie al genio e alla fiducia creativa di Steve.
La scrittura di qualità permette anche di sviluppare un personaggio lungo anni: seguire Tommy Shelby attraverso stagioni e un film ha significato per Murphy avere una mappa di crescita narrativa su molte ore di racconto, un’occasione rara per approfondire un ruolo.
Costruire Tommy Shelby: ricerca, fisicità e dettagli
L’approccio al personaggio è stato metodico: studio del contesto storico (la Gran Bretagna tra le guerre e gli effetti di ciò che oggi si definisce PTSD), ricerca della fisicità, della camminata, della voce, dei costumi, delle maniere e dell’energia complessiva del ruolo. Ogni elemento contribuisce a tirare fuori la personalità del personaggio.
Tommy richiede una minaccia fisica e una presenza che Murphy non aveva naturalmente, quindi ha lavorato per far emergere quella forza. Anche aspetti apparentemente semplici, come la camminata, diventano strumenti che lo aiutano a entrare nel personaggio.
L’attrattiva dei personaggi ambivalenti
Riguardo all’attrazione che il pubblico prova per personaggi che compiono azioni terribili, Murphy ammette di non avere una risposta definitiva. Probabilmente è la possibilità di vedere emergere delle crepe umane — i frammenti di umanità che fanno capolino — che rende quei personaggi intriganti in modo contraddittorio: possono commettere orrori e allo stesso tempo amare la famiglia.
Nel lungo formato televisivo si ha spazio per scavare e mettere in luce queste contraddizioni, e proprio quel conflitto interno è ciò che affascina sia l’attore sia il pubblico.
Vivere un ruolo per anni: continuità e rientri nella parte
Pur avendo interpretato Tommy per molti anni, Murphy spiega che non è mai stato un processo automatico o del tutto comodo: ogni volta era necessario un periodo di riscaldamento e di condizionamento per ritrovare la mentalità del personaggio. Con il tempo il ruolo è diventato più familiare, ma ogni ripresa richiedeva comunque lavoro per rientrare nella parte.
Piccoli gesti, come il taglio di capelli del personaggio, aiutavano a ritrovare quella messa a punto, ma non bastavano mai da soli a colmare la distanza che separa l’attore dal personaggio.
Dal serial al film: trasformare sei ore in due
Quando gli si chiese se avrebbe fatto il film di Peaky Blinders, Murphy diceva che lo avrebbe fatto se ci fosse stata una ragione valida. All’epoca questa era anche una risposta pratica ai media, mentre il team stava lavorando a come condensare una storia pensata per sei stagioni in un film di circa due ore. Era un processo in corso, una ricerca di forma narrativa adeguata piuttosto che una decisione improvvisata.

