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Paolo Bianchini, nato nel 1933, è una figura spesso dimenticata della storia del cinema italiano, ma con una carriera che ha incrociato nomi e opere decisive: da Sergio Leone a Vittorio De Sica, dagli spaghetti western ai film di spionaggio all’italiana. In questa intervista racconta i suoi inizi, aneddoti sul set e riflessioni sul rapporto tra cinema e violenza. Il progetto iniziale di un vlog per le vie di Roma è stato ridimensionato dal maltempo, ma la conversazione resta ricca di episodi e considerazioni significative.
I primi passi: il cinema come scoperta e scuola popolare
Paolo ricorda di aver iniziato a «fare cinema» molto giovane: a 15 anni si aggirava oltre il muro di Cinecittà, entrando dietro le quinte o cercando di vedere attraverso gli spiragli. Quel contatto diretto con le riprese e con la macchina del cinema gli ha lasciato la sensazione che il cinema sia una forma di letteratura democratica, accessibile a chiunque e capace di raccontare avventure e storie senza la necessità di saper leggere.
Da quei primi giorni clandestini è passato presto a lavorare come comparsa sui set, muovendosi con curiosità e voglia di imparare sul campo.
L’incontro e la convivenza con Sergio Leone
Uno dei momenti centrali della sua carriera fu l’incontro con Sergio Leone, avvenuto sul set di grandi produzioni come Frine cortigiana d’Oriente. Paolo racconta di essere stato adottato e protetto da Leone quando, giovanissimo, faceva fatica a raggiungere i luoghi di ripresa e addirittura dormiva nei pressi del set. Per un periodo visse con lui in un grande appartamento quasi vuoto, dove condividevano spazi di vita molto spartani: poche brandine, un materasso portato in tram e persino un piccolo «topolino» in casa. Sono mesi che gli hanno dato modo di assistere da vicino ai processi creativi di Leone.
Fu proprio in quella convivenza che Leone ebbe l’ispirazione per Per un pugno di dollari: una proiezione di un film giapponese (all’epoca molto celebrato) lo colpì così tanto da commentarne la forza western pur essendo un film orientale. Paolo ricorda la reazione di Leone: «Ammazza che film western!» e la successiva vicenda giudiziaria per presunto plagio, che secondo il racconto portò i giapponesi a far causa e a vincerla.
Lo stile pratico sul set: le cave vicino a Roma e la lezione dei dettagli
Parlando del primo western di Leone, Paolo descrive come le scelte pratiche di ripresa abbiano influito sul risultato estetico: molte scene vennero girate nelle cave di sabbia vicino all’autostrada Roma–Fiumicino. Pur essendo un paesaggio artificiale e contiguo a tralicci e al traffico, l’uso di inquadrature strette e dettagliate permise di cancellare questi elementi e di ricreare un senso di montagne rocciose. Questa necessità tecnica portò a privilegiare lo sguardo, i tempi e le micro-situazioni, costruendo una tensione che sarebbe diventata uno degli aspetti distintivi del western di Leone.
Dagli aiuto-regia alla regia: primi film e generi
Dopo anni come aiuto regia al fianco di registi come Luigi Zampa, Paolo ottenne la sua prima occasione da regista. Racconta di essere stato contattato per dirigere un film sul modello dei primi 007: la proposta era Il gioco delle spie, un’imitazione dell’agente britannico. Alla fine Paolo diresse un film intitolato Il marchio e proseguì realizzando numerose pellicole di genere: spionaggio, western e altri titoli di quel filone popolare che dominava il mercato dell’epoca. Tra i western che ha diretto c’è anche Lo voglio morto.
Hypnos / Teledom e l’influenza su David Cronenberg
Tra i titoli più singolari della filmografia di Bianchini c’è Hypnos, noto anche come Teledom o Hypnos, follia di Massacro. Questo film, che tratta tematiche legate al controllo e alla televisione, è stato citato da David Cronenberg come una delle ispirazioni per Videodrome. Il punto di contatto fra le opere è proprio l’idea del controllo di massa tramite i media, un tema che accomuna le due pellicole e che ha permesso a Bianchini di entrare, seppur in modo discreto, nella genealogia di alcuni grandi autori internazionali.
Il riconoscimento da parte di Quentin Tarantino e la questione dei diritti
Anche Quentin Tarantino si è occupato di alcuni film di Bianchini: negli anni 2000 Tarantino stilò una lista dei 20 migliori spaghetti western secondo lui, nella quale inserì Quel caldo maledetto giorno di fuoco di Paolo Bianchini, accanto a titoli come Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone e Django di Corbucci. Quando Tarantino, da presidente di giuria a Venezia, volle inaugurare una sezione dedicata allo spaghetti western proprio con quel titolo, chiese di poter utilizzare una copia del film.
Il progetto però naufragò per questioni di diritti: gli eredi del produttore (Mondo Amati, la Fida) non si misero d’accordo. Uno dei soci acconsentì a dare la copia, l’altro no, e così la pellicola non venne resa disponibile per la retrospettiva. Paolo racconta che, nonostante l’interesse di Tarantino, non è mai stato personalmente invitato a Roma da lui e non ha voluto partecipare a certe manifestazioni di cui non condivideva l’enfasi sulla violenza.
La posizione personale: la non violenza e le scelte di una carriera
Un elemento ricorrente nel racconto di Paolo è il suo rifiuto della violenza come motivo di successo. Pur avendo diretto film riconosciuti nel genere western e d’azione, Paolo dichiara apertamente di essere «contro» la glorificazione della violenza e di non apprezzare che sia proprio la violenza a determinare il successo di un’opera.
Questa posizione spiega anche il suo modo di rapportarsi ad alcuni riconoscimenti: per quanto riconosca l’importanza storica di alcuni autori contemporanei che celebrano scene forti, Paolo mantiene una distanza critica nei confronti di chi costruisce la propria fama soprattutto su questi elementi.
Una vita raccontata attraverso aneddoti e ricordi
La conversazione con Paolo Bianchini si snoda tra episodi privati — il dormire in casa di Leone, il viaggio in tram con un materasso, i ricordi di set affollati — e riflessioni più ampie sul ruolo del cinema come forma narrativa popolare e forma d’arte che plasma chi la crea. Si parla anche di come vivere la guerra e le difficoltà del passato possano influenzare profondamente il modo di fare cinema e di raccontare storie.
Il meteo ha impedito il giro per Roma previsto dal vlog, ma la chiacchierata resta una testimonianza preziosa: non solo un bilancio di una carriera ricca di incontri importanti, ma anche una voce critica che mette in discussione alcuni miti del cinema popolare.
Nota: la trascrizione fornita si interrompe nel punto in cui Paolo ribadisce il suo rifiuto della violenza come elemento valorizzante del successo cinematografico; l’intervista originale prosegue, ma qui riportiamo fedelmente i passaggi disponibili senza aggiungere informazioni non presenti nella fonte.

